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mercoledì 2 marzo 2016

Marie Kondo santa subito

Senza troppi giri di parole e introduzioni al tema come la migliore prof di italiano insegnava, oggi faccio il mea culpa battendomi il petto e cospargendomi il capo di cenere:  sono disordinata. Non disordinatissima, un po’ disordinata, abbastanza, dai. Ok, parecchio disordinata. Ma odio il disordine e questa mia contraddizione interna è spesso causa di veri scleri e  mal umore perché quando vedo troppo casino intorno a me, non vivo bene e mi si chiude la vena, dando la colpa a chiunque passi sotto tiro perché “devo fare sempre tutto io!”. “Raccogli quello, raccogli quell’altro, ma perché le mutande sono per terra? E che ci fanno le calze dentro la scatola del puzzle delle Winx? Bastaaaaaa, ora butto tutto!”. Una donna sull’orlo di un TSO.
Ma da qualche mese è entrata nella  nostra casa una persona speciale dagli occhi a mandorla che mi sta aiutando a risolvere questo problema una volta per tutte: Marie Kondo,  una giovane giapponese che ha scritto un libro di successo mondiale intitolato “Il magico potere del riordino”, facendo impazzire anche tantissimi italiani che hanno postato sui social le foto dei loro armadi e dei loro cassetti, compresi quelli delle mutande, rimessi a posto con il suo metodo infallibile. In Giappone l’arte del riordino è una vera e propria forma di cultura, con riviste e libri specializzati sull’argomento. Oh, sono orientali loro, mica come noi che abbiamo solo rotocalchi con le chiappe di Belén.
 La Kondo ha fatto dell’ordine il suo mantra ed anche una professione, perché oltre a scrivere libri-manuali di successo, viaggia per il Giappone e per il mondo ad insegnare alle persone come mettere a posto la propria casa o il proprio ufficio e, di conseguenza, la propria vita perché “gli effetti di questo magico potere del riordino sono immensi. Dopo aver riordinato una volta, non solo non ci si ritroverà mai più al punto di partenza, ma si potrà dare il via in tutta naturalezza a una nuova vita”.
Ok, diciamolo una volta per tutte: la Marie nostra avrebbe bisogno di una visitina dallo psicologo perché una che ha come massimo divertimento e scopo nella vita il riordinare, beh, proprio benissimo non sta. Il suo libro – gentile regalo del Maritino – è rimasto parcheggiato sul comodino per mesi, ricoperto da altri libri, riviste accumulate (che poi non ho letto), pacchetti di fazzoletti, elastici e forcine, disegni astratti di Nanapiccola, in un simpatica torre dall’equilibrio precario. Poi mi sono decisa a far entrare un po’ di Giappone nella mia casa: il metodo è pazzesco e sta trasformando la casa di una pigra disordinata cronica in un tempio zen. No, tranquilli, le fontanelle a forma di ziqqurat con i sassi non compariranno nel mio salotto, però Marie Kondo santa subito. E se sta funzionando con me, buona camicia a tutti.
Continuiamo ad onorare il Giappone con una ricetta semplicissima e molto veloce, per la quale occorrono pochissimi utensili, per cui manco si mette in disordine la cucina e la Kondo può tirare un sospiro di sollievo: i dorayaki. Sono un tipico dolce giapponese, di cui è golosissimo Doraemon, il gattone del cartone animato, composto da due pancake formati dalla kasutera, un impasto simile al pan di Spagna, e riempiti con una crema dolce di fagioli azuki. La ricetta che provato non è quella originale, ma è velocissima (5 minuti) e ottima, e la crema di fagioli è stata sostituita con la Nutella, ecchevelodicoaffà. Ma potete farcire i vostri dorayaki con marmellata, crema di castagne, miele o quello che più vi piace perché sia un II NICHI WO, un vero buongiorno giapponese.

A casa mia…ordinata!

Dorayaki

giovedì 24 dicembre 2015

Una Aupair a casa mia (ovvero, Italia-Spagna purchè se magna)



Ormai più che una blogger, sono diventata come la cometa di Halley, che si è fatta vedere nel 1986 e il cui prossimo perielio è previsto per il 2062. Bene, ma non benissimo.
Dio, se mi mancate! Mi ero ripromessa di non trascurare troppo questo spazio virtuale, ma porcazozzaladra,  non è facile riuscire a conciliare tutto. Fare un lavoro che ti porta fuori casa per tante ore, soprattutto serali e nei weekend, avere una figlia entrata ufficialmente nell’adolescenza (comprensione, necessito di molta comprensione), un’altra che non importa se hai lavorato fino alle 2, alle 7 del mattino vuole latte-cartoni-cacao,  avere una casa che cerchi di non far esplodere, un gatto che si è auto adottato e che tutti “uh, che bello, che bello, abbiamo un animale” e poi sei l’unica a dargli da mangiare e – ciliegina sulla torta -  avere all’attivo quattro chat di mamme su whatsapp,  comporta un’organizzazione rigorosa del tempo, tabelle di marcia prestabilite, ma soprattutto l’ammissione di avere indiscutibilmente bisogno di aiuto. Non avendo appoggi nonneschi e neanche possibilità di accendere un mutuo per pagare una babysitter, abbiamo optato per il magico mondo delle Aupair.
Cos’è l’Aupair? La ragazza alla pari, cioè una giovane fanciulla che per viaggiare e imparare le lingue in modalità low cost, decide di vivere per un periodo determinato ospite di una famiglia e, in cambio di vitto e alloggio e di un rimborso spese, presta servizio di tata per i piccoli componenti della casa.
Cose necessarie per ospitare una Aupair:

  • Avere una stanza per lei e farle spazio in cassetti e armadi. Sembra facile, ma per questo bisogna invocare lo spirito di Marie Kondo.
  • Essere accoglienti e ben disposti: la ragazza si trova in un posto nuovo, con persone che non conosce, a chilometri di distanza dai propri affetti, quindi è carino farla sentire “a casa” fin da subito.
  • Attenzione a scegliere una strafiga con capello fluente, chiappe sode e pigiamini ridotti: il confronto è dietro l’angolo.
  • Siate curiosi. La cosa più bella è imparare a conoscere una cultura diversa, abitudini differenti dalle nostre, aprirsi all’altro. A seconda della nazionalità, però, il rischio che cucini dei piatti demmerda è elevato.

A luglio abbiamo così conosciuto, tramite il sito aupairworld.com,  Sarai che è rimasta a casa nostra per due mesi, poi è arrivata Ana da settembre fino alla scorsa settimana ed ora siamo in attesa, per il nuovo anno, di Cristina.  Tutte spagnole, tutte della stessa città, Castellòn (vicino a Valencia) di cui probabilmente diventeremo cittadini onorari: se ve lo state chiedendo, è stato abbastanza un caso, non una cosa forzatamente voluta. Semplicemente sono tutte ragazze che frequentano una scuola di italiano in Spagna e per loro è una bella occasione per migliorare la lingua in vista degli esami.
Il mio bilancio dopo sei mesi di Aupair? Assolutamente positivo! All’inizio ero io quella scettica: un’estranea a casa mia  h 24? E, ma che palle, giammai! Certo, i primi giorni sono di “studio” reciproco, ma poi Sarai e Ana sono diventate veramente parte della famiglia, è stato bello vederle interagire con  le bimbe (che tra l’altro hanno anche imparato un po’ di spagnolo), sono state un aiuto fondamentale per la gestione della casa e abbiamo sperimentato che la tavola è come sempre quel luogo che unisce le persone.
Ana era molto più curiosa nell’assaggiare le ricette della tradizione italiana e in particolare piemontese, con un occhio di riguardo per il vino che è stato molto apprezzato. Hic. Sarai ci ha cucinato diversi piatti spagnoli, dalla paella alla coca de tomate, dall’arroz al horno alla tortilla de patatas. Ecco, non è esattamente una ricetta natalizia, ma tanto ormai siamo alla Vigilia e avrete tutti programmato già cenoni e pranzi. Per cui vi lascio il procedimento della tortilla originale spagnola, che non è una banale frittata di patate, ma ha un procedimento diverso che la rende un ottimo antipasto oppure, se tagliata a quadrotti, un aperitivo sostanzioso. Da abbinare con una birra, una cerveza bella ghiacciata.

A casa mia…olè!

Tortilla de patatas

giovedì 20 agosto 2015

More&Macine, una bella scoperta tra le Langhe

Foto di Cédric Blanchard
Avrei  voluto raccontarvi che non ho più potuto scrivere perché ero a su un’isola maldiviana senza  connessione, che non sono più riuscita ad aggiornare questo mio e vostro piccolo spazio culinario perché i cocktails in spiaggia ad Ibiza erano veramente buoni e non potevo perdermi neanche un dj set.
E invece zero, nada, nisba. L’unico motivo per cui il blog è stato un po’ trascurato è il lavoro: lo so, banale, ma vero.  Aprire un ristorante è un’esperienza meravigliosa, ma anche faticosa e scombussolante, perché bisogna rivedere l’organizzazione delle proprie giornate, della famiglia, del sonno (ah, dormite, quanto mi mancate!) e anche dei post di un blog. E come ciliegina sulla torta, il mio pc mi ha abbandonato, portandosi dietro foto, ricette, appunti, articoli…quel maledetto!
Ma se c’è una cosa che in questi mesi non è cambiata è la passione per il cibo e la voglia di scoprire posti nuovi dove far fare festa alle papille. Oggi vi parlo di, More e Macine situato nel centro de La Morra (CN), tra le meravigliose colline delle Langhe.  Leggendo altre recensioni – tutte positive – mi immaginavo una piola, uno di quei posti un po’ retrò dove la sostanza conta più di mille impiattamenti, dove pane e salame sono un must. Sì, c’è anche quello se volete, le acciughe e una vasta scelta di splendidi formaggi, ma la cucina è tutt’altro che banale, nonostante il menù scritto sulla lavagna dica ben poco, uno stratagemma per dare la possibilità al personale di sala di raccontare i piatti.
Per cui se tra gli antipasti trovate “Anguria”, non vi stupite: chiedete e soprattutto ordinate: un parallelepipedo di fresco cocomero precedentemente messo sottovuoto, accompagnato da caprino gelato, tapenade di olive e basilico. Un inizio non convenzionale, perfetto per le giornate torride, equilibrato nei sapori e visivamente un’esplosione di colori patriottici.
Buonissimi i ravioli di borraggine e seirass con quel sentore di limone che rinfresca tutto e non fa pentire di aver ordinato un primo caldo con 35 gradi; il maialino era morbido e succoso, con la cotenna bella croccante che mi ha ricordato molto il maialino sardo. Per dolce una tarte di frolla ripiena di albicocche e con una copertura di cioccolato fondente, una porzione addirittura troppo grande per due stomaci allenati come il mio e quello del Maritino. Due antipasti, un primo, un secondo, un dolce, acqua, due calici di Arneis e caffè, 54€ in due. Una bella terrazza, una grande carta dei vini e una cucina che è aperta tutto il giorno. Chapeau.
L’Osteria More&Macine si trova in Via XX Settembre, 18  La Morra.
Niente ricetta questa volta, dovete attendere che il mio archivio si rimpolpi di foto, ma ovviamente se volete assaggiare direttamente la mia cucina, senza passare dal web, vi aspetto al Trés, Via Roma 6 a Trezzo Tinella (CN)!

A casa mia…bentornata a me!



martedì 16 giugno 2015

Trés

Sto lontano dallo stress,
fumo un po' e dopo vado al Trés!
Patò, Mexes,
Messi, Valdes,
fumo un po' e dopo vado al Trés!”.

State cantando e muovendo il bacino a tempo? Perfetto, questa sarà la canzone dell'estate grazie al nostro amico Tambu, portatore sano di vino.
C'è qualcuno che non sa ancora cos'è il Trés?! A livello social ho piuttosto sfrantecato. Ma è il nome del mio ristorante!
Mi fa ancora una certa impressione dirlo, ma è proprio così! Quello che era un progetto destinato a rimanere relegato alle chiacchiere serali, ai “ma ti immagini come sarebbe aprire un locale?”, alle pressioni del Maritino che veniva regolarmente mandato a ranare, è diventato realtà.
La prima volta che abbiamo pensato di avere un ristorante è stato in Provenza, da Chez Ariane, un piccolo bistrot di Arles con i tavoli in legno, musica jazz di sottofondo, quiche, formaggi francesi e vino in caraffa. Un luogo accogliente, un'atmosfera familiare e romantica - vabbè, noi stavamo in mini fuga d'amore senza bimbe – che ci ha conquistati e che abbiamo sognato di riproporre. Ora è tutto vero. Il Trés è il locale storico di Trezzo Tinella (si chiamava Antica Torre), paesino delle Langhe tra Neive e Barbaresco, ad un quarto d'ora di macchina da Alba, ed esiste da metà dell'800: i proprietari erano i bisnonni della Signora Norina, classe 1923 – quasi 92 anni e sta meglio di me e voi messi insieme – che ha lavorato nel ristorante per tanti anni e ha mille aneddoti da raccontare. Dove adesso c'è la saletta della vineria, una volta c'era una stalla, e gli archi di mattoni e le pareti in pietra sono ancora rimasti intatti. Questi particolari ci hanno ammaliato, insieme alla cucina enorme e luminosa, alla sala dove poter fare giocare i bimbi, al grande prato davanti per poter cenare con i piedi sull'erba, (o riposare e prendere il sole dopo un pranzo langhetto innaffiato da Barbaresco) e far pascolare i sopracitati pargoli, alla vista dei vigneti e dei noccioleti. Quello è il nostro posto, un luogo dove non solo mangiare e bere bene – in Langa si casca sempre in piedi – ma dove stare insieme, finire una cena con la chitarra in mano a cantare, dove ci saranno lezioni di cucina per grandi e bimbi, dove giocare a carte, a scacchi...dove stare bene. A casa mia diventa veramente casa vostra!
Vi aspetto da giovedì 18 al Trés, Via Roma 6 a Trezzo Tinella (per prenotare 339.4777971)!
Ovviamente non può mancare la ricetta, molto, molto langhetta: tagliatelle con ragù bianco di Bra.
Pasta fatta in casa (ma potete prenderle anche già fatte, eh!) con un ragù veloce e saporito che richiede d'obbligo un bicchiere di vino.
Trés bon, Trés jolie, Trés chic!

A casa mia...o al mio ristorante!

Tagliatelle con ragù bianco di salsiccia di Bra

giovedì 14 maggio 2015

Davide Palluda, il top del Roero

Lo chef Davide Palluda
Lunedì scorso io e il Maritino abbiamo festeggiato 12 anni di matrimonio: parafrasando Carrie e Big in Sex and City, “Amore, nessun brillante, regalami solo una grande cena!”. Ognuno ha le proprie passioni e se amate la cucina, L'Enoteca di Davide Palluda è il posto giusto.
Nel centro di Canale, cittadina del Roero, nell'ex asilo infantile risalente al XIX secolo si trova, a mio modesto parere, uno dei migliori ristoranti delle colline dell'Unesco, che non a caso vanta una stella Michelin da ormai quindici anni.
Nel cortile sotto un pergolato c'è il salottino per la sigaretta del dopo pasto, a sinistra l'Osteria dell'Enoteca, un ambiente più informale, un'ottima cucina piemontese e prezzi pop, al piano superiore, invece, la sala elegante e minimal del ristorante che ha sede lì dal 1995.
Per cominciare, un aperitivo con cracker lievitato farcito di guacamole, un'acciuga con salsa rossa e sfogliatine di patate bianche e viola, e la finta parmigiana: un pomodoro viola che non è un pomodoro con un cuore di melanzane: grande tecnica. Seppie con crema di piselli freschi e una triglia in crosta di pane croccante e leggera. Poi una finanziera da manuale, un piatto povero della tradizione piemontese con frattaglie e creste di gallo che può non attirare i più, ma che vale assolutamente la pena di provare. Chi conosce lo chef Palluda, sa che non boicotta le catene di fast food ed ecco quindi arrivare un contenitore da hamburger,  dentro al quale sono adagiati due mini kebab ripieni di fois gras e fragole: io ho già raggiunto il paradiso. Continuiamo con un risotto cotto alla perfezione e gli spaghetti tiepidi con mandorle e gamberi crudi: un piatto che nella sua semplicità ha un equilibrio straordinario di sapori, tra le portate che abbiamo più apprezzato. Il Maritino ha avuto visioni di santi e angeli con l'anatra grigliata con legno di ciliegio e arance caramellate e ha continuato la sua estasi mistica con il dolce, una mela verde svuotata e gelata, riempita di non ricordo quale frutta con una consistenza smoothie, cristalli di zucchero caramellato e briciole di frolla: un fine pasto fresco, leggero, ma allo stesso tempo molto goloso. Si finisce in bellezza con un carrellino di piccola pasticceria, frutta fresca e candita che sembra uscito dal luna park di Mary Poppins: allegro, colorato, divertente, buonissimo.
In sala ci sono i sommeiller Giuliano e Alessia, preparati e contenti di fare due battute sul vino e sul cibo con due che come noi farebbero baldoria anche alla cena regale per il nuovo Royal Baby.
Il menù degustazione di 8 portate costa €85 (ovviamente c'è anche la carta e il menù da 5 portate, ma noi non siamo dei pivelli!), ma regala grandi emozioni culinarie.

Per certe ricette ci vuole grande studio e tecnica, ma spesso i piatti degli chef blasonati possono essere replicati: oggi vi presento l'uovo di Cracco! O meglio, liberamente tratto da, che poi Carletto mi querela... Un tuorlo impanato e fritto per pochi secondi che ho adagiato su una fonduta di parmigiano: fuori croccante, dentro il tuorlo fluido si spacca e si abbraccia al formaggio per un gusto avvolgente. Ricordatevi di questa ricetta nell'autunno, perché con una grattata di Tartufo bianco d'Alba, potrete raggiungere picchi di libidine molto alti.

A casa mia...continua la collezione di stelle!

L'uovo di Cracco


lunedì 27 aprile 2015

Renatino e Kiaramella, una favola per imparare a mangiare bene

Renato è un bimbo talmente magro da venire chiamato da tutti Renatino: non ha mai fame perché si riempie la pancia di tutto ciò che con il cibo non c'entra nulla: rabbia, gelosia, vergogna.
Chiara è una bimba cicciotta che mangia talmente tante caramelle da venire chiamata Kiaramella: non ha fame, ma fa di tutto il bis, il tris, senza accorgersene, perché è spesso annoiata.
Cos'hanno in comune questi due bimbi? Hanno un problema di orecchie!
Renatino e Kiaramella sono i protagonisti di una piccola e bella favola scritta dalla psicoterapeuta Silvia Spinelli, per imparare a mangiare bene, per far capire a noi genitori che l'alimentazione dei bimbi è un fatto molto importante e che i loro atteggiamenti a tavola possono nascondere disagi di cui non ci accorgiamo...e che è proprio una questione di orecchie, di saper “ascoltare” quel che il loro e il nostro corpo ci dice.
Ho scritto diverse volte sul rapporto con il mio corpo sempre troppo abbondante (qui e qui) e che non è una mera questione di estetica, anche se la nostra società ci mette sempre a confronto con corpi slanciati e bellissimi come modello di positività e di corpi cicciotti come specchio di una negatività. Una giusta alimentazione è una questione di salute, non di bellezza, e comincia da piccoli.
Renatino e Kiaramella è una favola divertente da far leggere ai bimbi, con i colorati disegni di Arianna Arione, è una favola che fa riflettere noi adulti (genitori e non) e che aiuta a capire meglio il nostro approccio con il cibo.
La Dottoressa Spinelli è prima di tutto una mamma, è brava e scrive bene: andate sul suo sito e scaricate l'ebook di Renatino e Kiaramella, sarà un bel regalo per i vostri bimbi e per voi!
La ricetta di oggi è un dolce – e i dolci piacciono a tutti! - ma con tanta frutta: una semplice Tarte Tatin, la famosa torta rovesciata, ma invece delle mele ho utilizzato l'ananas che contiene la bromelina, una sostanza che accelera il metabolismo, favorisce la digestione e previene la tanto temuta “buccia d'arancia”! Cosa volere di più?

A casa mia...sturiamoci le orecchie!

Tarte Tatin all'ananas

mercoledì 15 aprile 2015

Non sopporto vol.2

Chissà perché quando si scrive qualcosa di negativo nei confronti di qualcuno si ha molto più successo di quando si utilizzano parole grondanti miele. Forse perché è più divertente? Non so, in ogni caso il mio elenco di cose/persone che non sopporto vi è piaciuto – e soprattutto la pensate come me! - e alla vostra richiesta di scriverne un altro, ho detto subito sì perché quando ho finito la stesura del precedente post, mi sono venute in mente una miriade di cose che mi fanno venire i nervi!
Pronti? Allora, non sopporto:

  • Il mutanghero: entrare in un negozio/bar/ufficio/asilo, salutare e non ricevere risposta. Cos'è, ti casca la lingua se dici buongiorno?
  • La madre avvocatessa: quelle mamme che difendono a spada tratta i propri figli con quel fervore che manco la Bongiorno con Andreotti. E sto parlando di bambini in età d'asilo che si rubano l'escavatrice giocattolo.
  • Il fafiuchè: letteralmente in piemontese vuol dire “fa fioccare”, fa nevicare, cioè quello che se la tira. Fa tutto lui, tutto quello che fa è magnifico, ma in verità non conclude una beneamata mazza.
  • La madre Willy Wonka: ha sempre in borsa caramelle e cicles (gomme da masticare) che dispensa ai bambini non suoi senza la consulenza delle altri madri che risultano così delle streghe noiose che in borsa hanno solo scontrini e fazzoletti smoccolati e che vivono cinque minuti di terrore per paura che il proprio figlio si strozzi con una mega Ambrosoli al miele.
  • L'avversativo: “Io non sono razzista, ma...”, “Io non sono omofobo, ma...”. Ma cosa?! O lo sei o non lo sei e tu mi sa che lo sei. Stronzo.
  • L'incapace: ha un Suv di dimensioni apocalittiche, ma non lo sa guidare e parcheggia sul marciapiede. Prenditi un'Ape Car, è meglio.
  • La figa in canottiera: quella che con un paio di jeans, una canotta bianca e un filo lungo di perle è gnocca e fa tendenza. Io, al massimo, sembro un muratore di Bergamo.
  • I finti ecologisti: si lamentano che la città non è pulita, è tutta colpa della politica, poi escono dal bar e buttano per terra lo scontrino del caffè. Io te lo farei mangiare.
  • I palleggiatori: gli uomini che si toccano in continuazione i gioielli di famiglia. Guarda, sono sempre due e non scappano di lì, stai sereno.
  • Gli spioni: quelli che non usano e criticano facebook, hanno una sagoma al posto della foto profilo, ma lo spulciano ogni giorno e sanno di tutti morte e miracoli.
  • I mangiatori di miglio: la carne fa venire il cancro, le mele hanno gli insetticidi, la pasta è chimica, il pesce ha il mercurio. L'unica cosa mangiabile sono miglio e quinoa. Guarda, grazie, quando rinasco gallina te lo dico.

Anche oggi l'elenco potrebbe continuare, ma lascio a voi lo spazio per tutto ciò che trovate insopportabile.
Adesso ho voglia di sorrisi, di fiori colorati, di tavolate con gli amici, di bambini che ridono, di cose belle e buone: adesso ho voglia del rotolo di spinaci, uno di quei piatti che mia madre cucinava quando era giorno di festa.
Pasta all'uovo farcita di spinaci e ricotta fresca, una generosa macinata di noce moscata, sugo di pomodoro che sa di basilico e di estate, tanto parmigiano che in forno diventa una crosticina dorata.
Perché i motivi per innervosirsi sono sempre troppi, ma è molto meglio trovare il lato positivo nella vita. Sempre.

A casa mia...mobbasta!

Rotolo di spinaci

mercoledì 8 aprile 2015

Non sopporto

Sono una persona che si adatta, che tendenzialmente non rompe le palle agli altri, mi definirei piuttosto diplomatica, non litigiosa, perché lo scontro mi ha sempre messo in difficoltà emotivamente. Ma diventando una donna adulta le mie idee, i miei gusti, il mio carattere sono diventati più solidi e ci sono cose, atteggiamenti, parole che proprio mi urtano e oggi ho una gran voglia di esternarli. Perché? Così, mi va.
Non sopporto:
  • Il finto tonto: chi, facendo finta di nulla, mi passa davanti alla cassa del supermercato. Hai fretta? Me lo chiedi, io sono molto gentile e ti cedo il posto.
  • Il lamentoso cronico: il suo hashtag più usato è #buongiornouncazzo: alza gli occhi al cielo, guarda che bella giornata, c'è sempre un motivo per sorridere.
  • La MacGyver dei capelli: basta un gesto o una matita e ha acconciature fighissime, mentre io continuo a combattere con il mio ciuffo alla Brandon Walsh. (Ah, l'invidia, brutta bestia!)
  • Il banale: l'uomo che immancabilmente si gira per strada per guardare il sedere alle donne. Amico, te lo dico da amico, tutti gli umani ne posseggono uno, anche tu.
  • Lo scaccolatore: il calciatore che  con posa plastica chiude una narice e mi fa vedere le intimità del suo naso in diretta tv. Ma un fazzolettino nell'elastico dei pantaloncini?
  • La gattamorta: alla grigliata campagnola si mette pantaloni bianchi trasparenti per cui non c'è bisogno di immaginazione per vedere il tanga sottostante.
  • Il Bianconiglio: non ha mai tempo. Solo lui lavora (uff, guarda, il lavoro, tu non sai, sono stanchissimo, non puoi capire) solo lui ha figli (eh, ma sai, con un bambino, come faccio?) solo lui ha tutto il mondo sulle spalle.
  • Il convinto: si mette il “mi piace” sul proprio status su facebook. Ahahah, ma che davvero?
  • La animal mother: il mio gatto/cane/canarino/criceto/armadillo è come se fosse un figlio.
  • L'astrologa: come approccio ti chiede “Di che segno sei?” e poi “ma daaaaaaaiiiiii, anche mia cugina di terzo grado è del tuo segno!”. Urca, che combinazione.
  • Le finte salutiste: si cibano di bacche di goji e semi di lino, centrifugano sedani, cavoli neri e forse pure la madre, appena sveglie bevono acqua e limone, ma poi si fanno un selfie con un barattolone di Nutella e patatine commentando “Oggi me lo merito!”. Secondo me ti meriti una badilata.
Mi devo fermare. L'elenco potrebbe andare avanti ad oltranza, ma non sopporto neanche i post troppo lunghi.
L'ultima cosa, dai, sennò non so come introdurre la ricetta di oggi (non sopporto chi si arrampica sui vetri, ma nel mio blog lo faccio): non tollero i fritti unti e pesanti. Quindi, seguite i miei piccoli consigli per un frittino di salvia e cipolla che vi riconcilierà con il mondo, perché la pastella croccante e delle bollicine da accompagnamento vi faranno sopportare la qualunque.

A casa mia...insopportabile!

Salvia e cipolla in pastella

martedì 24 marzo 2015

1992

Nel 1992 l'Italia è stata sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo per l'oscar al film Mediterraneo, per Mani Pulite e gli attentati a Falcone e Borsellino, forse il primo avvenimento storico che ricordo veramente. Stasera comincia la nuova serie tv di Sky intitolata appunto 1992 ed io mi sento già catapultata in quell'anno grazie anche alla programmazione televisiva di queste settimane.
Per chi come me è nato negli anni '80, gli anni '90 sono l'inizio della vita vera, il principio di quelle amicizie intense che ancora oggi resistono, dell'entrata nel magico mondo (demmerda) dell'adolescenza. Nel 1992 avevo 12 anni e frequentavo la seconda media. Portavo sempre il cerchietto un po' bombato tra i capelli, ma ero riuscita ad abolire i colletti con gli smerletti ricamati; adoravo degli shorts di velluto color albicocca da indossare con i collant, non sopportavo vestirmi di rosso e il mio negozio di riferimento era Naj-Oleari. Nel 1992 ho fatto i buchi alle orecchie e avevo un fidanzatino con cui mi incontravo furtivamente nei bagni della scuola per scambiarci un bacio – senza lingua, per carità – solo che lui si abbeverava sempre dai lavandini sbavusciandosi tutto e mi sembrava di baciare una lumaca. Poi uno dice i traumi.
Nel 1992 ero nel clou delle feste delle medie, rigorosamente di pomeriggio, con la gonna scozzese bon ton che arrotolavo sulla vita per farla più corta, patatine, panini semidolci, bicchieri con scritto il nome a pennarello e “Hanno ucciso l'uomo ragno” come colonna sonora.
Era l'anno delle sigle scritte sui bigliettini a scuola: dell'intramontabile TVTB, ma anche di SLMMA, sei la mia migliore amica, e di un pericolosissimo e mal riuscito SUGA, che a dispetto della prima maliziosa impressione, voleva dire sei un grande amico. Piccole copy crescono.
Nel 1992 sognavo un amore travolgente come Kevin Costner e Whitney Houston in “Guardia del corpo”, ballavo in cameretta con “Rhythm is a dancer” degli Snap imitando le ragazzine di Non è la Rai. E a dirla tutta era anche l'anno del Pipppero di Elio e le Storie Tese e l'inizio del mio amore per loro.
Beverly Hills 90210 era la serie del momento, ma oggi fa tutto un altro effetto: una lentezza sfiancante, inquadrature finte, dialoghi imbarazzanti, capelli fonatissimi, jeans a vita alta che manco Fantozzi, stampe floreali da far venire mal di testa ad Enzo Miccio. Ma all'epoca – sì, ho scritto all'epoca, vaccaboia - tutte le femmine volevano essere Brenda o Kelly, tutti i maschi volevano essere Dylan o Brandon, tutti i maschi volevano farsi Brenda o Kelly, tutte le femmine volevano farsi Dylan o Brandon: per distinguermi, a me piaceva Steve e avevo un ciuffo come Brandon. Poi uno dice i traumi, #2.
In Beverly Hills i problemi adolescenziali venivano risolti sempre allo stesso modo: con barattoli mastodontici di gelato. Il gelato è l'antidepressivo delle serie americane ed è anche il mio dolce preferito in assoluto.
Il gelato alla crema è il gusto per eccellenza, da mangiare da solo o da abbinare a torte al cioccolato o a tarte tatin tiepide: farlo in casa è semplicissimo e il sapore mondiale, basta avere una piccola gelatiera, anche datata 1992.

A casa mia...flashback!







giovedì 19 marzo 2015

Io mi ricordo, e tu? Buona festa, papà!

Foto da partecipiamo.it
Il vizietto erano le caramelle Tabù che mi compravi al bar mentre bevevi il caffè.
Quando quel semaforo vicino all'asilo era rosso dovevo fare il lavoretto, quel bacio sulla guancia sporgendomi dal sedile di dietro per far passare qualche secondo e, se era verde, ti baciavo lo stesso ridendo e muovendo i codini.
Quel pianto disperato salutandoti dal lunotto posteriore della A112 perché non venivi con noi a prendere la nave per le vacanze.
Il cronometrare le mie corse da Usain Bolt sul marciapiede tra il garage e casa e i tuoi “Sei stata velocissima”.
La mia manina nella tua manona e quella faccia infastidita quando ti chiedevano “Oh, che bella cita, è tua nipote?” e la mia faccia infastidita perché cita per me era una scimmia.
Scrivere con la mia grafia elementare “Langhe” e “Roero” sulle etichette bianche per il vino appena imbottigliato insieme e ridere perché tutte le volte che dicevo “Roero” mi si arrotolava la lingua per le erre mosce.
Mi piaceva far suonare le corde della chitarra mentre tu facevi gli accordi e cantare “Le carrozze son già preparate...” era la migliore ninna nanna.
Quel gioco che durava il tempo di un ascensore in cui facevamo finta di essere due condomini – Oh, buonasera! Come sta la famiglia? - e finiva che mi invitavi a cena, a casa nostra.
Le litigate perché non ti piacevano le scarpe che compravo, perché non erano “classiche” ed io rivendicavo la moda e i miei gusti personali: avevi ragione, quelle scarpe con la punta quadrata facevano cagarissimo.
Ho un vuoto di noi nell'adolescenza. Ma chi li capisce gli adolescenti?
Quel ballo improvvisato in camera mia mentre lo stereo suonava “Yo romperé tus fotos”, credo l'unica canzone de La Mosca.
La tua lentezza sfiancante nel giocare a carte e i tuoi “putèn” quando sbagliavi. Ma non ho ancora capito in che lingua fosse quell'imprecazione.
La tua delicatezza nel chiedermi al mattino, con la faccia assonnata e i neuroni ancora in catalessi, “posso parlarti?”.
Quella volta che in bagno avevo pianto, mi ero asciugata gli occhi per non farmi vedere, ma tu ti sei seduto sul bordo della vasca e mi avevi chiesto “Vuoi parlare?”. No, non volevo parlare, ma non mi sono sentita sola.
Quell'ultima strana notte di Natale trascorsa su un traghetto a ridere e a bere Corvo bianco.
Quel caffè offerto da me, perché ormai ero grande, in quel sabato uggioso, in quel baruccio sfigato affianco al negozio di abiti nuziali in cui saremmo andati poco dopo, noi due soli, a scegliere il mio vestito da sposa che non mi hai più visto indossare.
Quel sorriso che facevi solo a me.
Io mi ricordo, e tu? Buona festa, papà!


Stamattina ho aperto facebook e sono stata sommersa da status sulla festa del papà, da cuori per i papà, da foto con papà. Che manco mi ricordavo che oggi era la festa del papà. E stamattina neanche il Maritino è stato festeggiato, pessima moglie che sono. Mi è un po' venuta la carogna sulle spalle da pessimismo&fastidio, poi la mente ha cominciato a viaggiare e le dita sono andate da sole sulla tastiera del computer. A volte le parole escono quando meno te le aspetti. E pure le lacrime.
La ricetta di oggi, per nulla programmata, è un soufflè di fave con una salsa al pecorino, un antipasto vegetariano che sa di primavera, perfetto per oggi, perché a mio papà piaceva tanto sgranare le fave, tagliare il pecorino a tocchi e farsi un aperitivo con un bicchiere di vino. Ricordi. Un sorriso. La vita.

A casa mia...oggi è così.

Soufflè di fave con salsa al pecorino

mercoledì 18 marzo 2015

Signora, a me?!

C'è un momento in cui la verità ti viene sbattuta in faccia con crudeltà, rimani attonita, scombussolata, e non puoi fare altro che riflettere e farti domande: arriva per tutte il momento in cui per strada, in un negozio o nell'androne di casa qualcuno ti dice “Buongiorno signora”. Signora?! Opporcaccialamiserialadra. Signora, a me?! Ma, ma io andavo al liceo fino a ieri, metto le Tiger con i jeans, ho i capelli lunghi – e si sa, le signore si tagliano i capelli – mi dimentico di mettere la crema sul viso, accumulo i vestiti sul davanzale della finestra, non sempre bevo responsabilmente e scrivo amenità nella chat con le amiche. Io sono una ragazza!
E lasciamo stare il fatto che sono passati quindici anni dalla matura – senti come parlo gggiovane? - che sono sposata da dodici e sono madre di due figlie, questi sono dettagli trascurabili. Fino a quanti anni ci si può considerare una ragazza? C'è un'età in cui si passa ad essere una donna oppure è solo una questione di status sentimentale e familiare? Ho trentaquattro anni, non ho rughe né capelli bianchi, signora a chi?!
Mi sono sposata molto giovane, a ventidue anni, e dopo due anni è arrivata Nanagrande; mentre le mie amiche facevano l'università e raccontavano del tipo che si erano beccate in discoteca, io cambiavo pannolini e avevo tutte le maglie sporche di rigurgito; mentre le mie amiche si compravano una maglietta attillata, io facevo la ola per un'offerta speciale sull'anticalcare; mentre le mie amiche progettavano un weekend di follia al mare, io sognavo solo otto ore di sonno filato. A pensarci, ero molto più una vecchia signora dieci anni fa che non adesso.
Che poi, a dirla tutta, il galateo prevede che una non sia più signorina una volta compiuti i diciotto anni, ma come disse l'anziana nonna toscana di un amico “Oh se una signorina c'ha il buho da signora, come si hama, boia deh?”. Saggezza.
Se c'è una cosa che accomuna ragazze alle prese con lo studio e donne multitasking che incastrano lavoro, figli e casa, è la necessità di caffè. A litri.
Il gelo al caffè è una bomba di caffeina, un dolce che è una vera carica e, presentato a fine pasto, può sostituire il classico caffè in tazzina. Un dolce tipico siciliano, a metà tra un budino e una gelatina, una cicaronata di caffè e zucchero a forma di ciambella con dentro tanta panna montata per affrontare una serata di sculettamenti in discoteca o per una notte insonne a cullare un pargolo urlante.
Va bene, sono una donna. Ma giovane.

A casa mia...sentirsi giovani!

Gelo al caffè

giovedì 12 marzo 2015

La ricetta perfetta di Enrica Tesio

La casa di Dora è accogliente, ci si sente a proprio agio e viene voglia di togliersi le scarpe e sedersi sul suo divano con le gambe rannicchiate; bisogna solo fare attenzione a non farsi male pestando pezzi colorati di costruzioni e animaletti di gomma dura che fanno suoni molesti. Le parete sono, secondo me, bianche (dico “secondo me” perché oggi come oggi tutti possono essere daltonici, non capendo più se un vestito è bianco e oro oppure nero e blu), i quadri appoggiati alle pareti, forse per una scelta stilistica, forse perché manca un uomo alto per appenderli.
La casa di Dora è sempre aperta, basta citofonare e si trova sempre un tavolo libero in cucina: gusti semplici, familiari, una bottiglia di vino da stappare, da bere insieme alla padrona di casa tra una chiacchiera e una risata, una citazione dei Goonies, un nostalgico ricordo dei locali dei Murazzi e, quando si è un po' brilli, si può cantare a squarciagola “Ufo robot, Ufo robot...maaaa chi è? Maaaa chi è? Sto cazzoooo!”. C'è anche la sala fumatori, sul balcone. Ma ci si può rollare anche una cannetta senza essere giudicati.
Dora ti propone il suo menù degustazione con grazia e sicurezza, sapendo dosare perfettamente gli ingredienti: risate – di quelle che cominciano con un grugnito perché si tenta di trattenerle e poi ti fanno sussultare la pancia come una danzatrice del ventre – commozione che fa venire l'occhio lucido, riflessioni e pensieri profondi che trovano origine in una bambina che raccoglie pinoli fino ad arrivare ad una donna adulta, che però ne conserva la stessa tenerezza, una mamma che vuole diventare madre. Dora serve pagine da chef stellato, in cui ritrovare la propria identità, perché parlano di lei, della sua vita, dei piccoli Pietro e Micol, del suo ex che è stato l'Amore vero, di gatti “scoleggioni” perché forse troppo felici, di un'amica vera, di un bidello poeta barbuto che gli fa da tata, ma parlano anche di te e della tua vita.
Recensire ristoranti mi è sicuramente più congeniale: descrivere una sala, il servizio, se i grissini sono fragranti o meno, raccontare un piatto nei suoi colori, consistenze e sapori. Ma come disse uno molto (ma molto) famoso, non di solo pane vive l'uomo.
Dora è l'alter ego di Enrica Tesio, “La verità,vi spiego, sull'amore” è il suo primo romanzo, uno di quei libri che vorresti non finissero mai, esattamente come un buon piatto.

Il roastbeef con fragole e vinaigrette di senape è una ricetta primaverile, colorata, allegra, veramente buona. La carne, fatta cuocere poco come gli inglesi ci insegnano, rimane rosata e succosa, le fragole donano dolcezza e buon umore, la senape apparentemente contrastante, unisce tutti i sapori con la sua giusta acidità. Un piatto da assaporare possibilmente all'aperto, il fruscio delle foglie di sottofondo e un libro di fianco a fare compagnia, quello della Tesio, of course, perché lei ha trovato la ricetta perfetta.

A casa mia...”la felicità di un bambino si misura in dita di sporco lasciate sulla vasca”.

Roastbeef con fragole e vinaigrette di senape

giovedì 5 marzo 2015

#striscianospoiler

Tranquilli e sereni, questo blog non ama le cose striscianti e non farà nessuno spoiler per la finalona di Masterchef in onda stasera, anche perché sono riuscita, fino ad ora, a dribblare le notizie uscite furtivamente in questi giorni.
E anche se sapessi già il nome del vincitore, nessuno mi toglierebbe il divertimento della puntata finale perché la cosa che più mi piace è vedere che cosa cucinano e come lo fanno.
Ma ora, dopo quasi un anno, posso finalmente fare il mio personale #striscianospoiler: sì, anch'io ho fatto le selezioni per Masterchef! Ovviamente, non avendomi vista in video, ne potete dedurre che non le ho passate, ma è stata un'esperienza molto divertente. Ho sempre detto che Masterchef non fa per me, che il mio istinto di autoconservazione mi impedisce di farmi maltrattare e la mia autostima subirebbe un grosso contraccolpo al primo piatto lanciato, ma quando la redazione mi ha chiamata per chiedermi se volevo fare le selezioni, il mio ego si è messo a gongolare. Oltre al Maritino, l'unica persona che ho chiamato è stata la Mufi: mi è stato imposto il silenzio stampa e anche adesso non vi racconterò troppi dettagli perché non vorrei conoscere i legali di Sky, che in questi giorni si stanno già ampiamente sollazzando.
La prima cosa a cui pensare era il piatto da presentare, sapendo che doveva essere cucinato a casa e che sul posto poteva giusto essere scaldato dopo ore e ore di attesa: per cui avanti con gli stress test sul mio sformatino di carote e nocciole – ribattezzato poi “tortino di diludendo” - ricetta che ho scelto perché è legata ai miei primi successi in cucina, perché racconta un po' della mia regione e soprattutto è facile da trasportare e non mi avrebbe incasinato. Partenza alle sei del mattino con la Mufi, perfetta compagna d'avventura, un sole splendente, sonno pazzesco, Elio a palla – sono il puma di Lambrate - e adrenalina a mille dopo aver ricevuto il mio bel numerino adesivo. Ho visto gente che voi umani...c'erano quelli che si erano portati tutta la cucina in un trolley che Paris Hilton lévati; quelli che si sono fatti accompagnare dall'intera famiglia, compresi i cugini di quinto grado; quelli che ripassavano termini tecnici culinari come se dovessero partecipare ad un quiz di Gerry Scotti e alla prima brunoise sbarravano gli occhi manco avessero davanti il pagliaccio di Hit; quelli che fumavano nervosamente come i padri in attesa del primo figlio; quelli che se la tiravano pensandosi già gli eredi di Cracco e poi c'ero io, sdraiata per terra a prendere il sole, a ridere e a smezzare un birrozzo con l'amica del cuore. Alla fine ero lì per cucinare, mica per scindere l'atomo. Sono passata in tardo pomeriggio e poco prima di me c'era una ragazza con i capelli ricci legati, una camicia scozzese aperta, un bel sorriso e ho pensato che quella, sì, poteva farcela: era Maria, concorrente uscita alla nona puntata. Il mio sesto senso funziona.
È stata una giornata lunga, una bella esperienza che porterò nel cuore: cercare nuove combinazioni in cucina e curare la presentazione dei piatti mi appassiona e chissà dove mi porterà nel prossimo futuro, ma meglio farlo senza lo stress di una gara.
La ricetta del dolce di oggi nasce proprio dall'idea di reinventare il binomio proverbiale pere e formaggio: così ho creato un semifreddo di pere con gocce di cioccolato abbinato ad una spuma di ricotta di bufala piemontese. Un dolce semplice, ma di grande effetto, un'esplosione di gusto e delicatezza.
E comunque il cuoco ciacione che ha assaggiato con faccia sfingica il mio tortino di diludendo, si è leccato i baffi. Tiè.

A casa mia...e alloooooooooooora!

martedì 3 marzo 2015

Olà, você é linda

Foto di Biodiversipedia
Lei aveva lunghi capelli biondi, gli occhi appena truccati con un po' di matita blu, le unghie ancora smangiucchiate durante i pomeriggi passati sui libri di filosofia e di greco, un fisico che le sembrava sempre inadatto confrontandolo con quello delle amiche più magre e perfette anche con una tuta. Aveva diciotto anni e quella fresca e inconsapevole bellezza che si ha solo a quell'età. Era stufa di innamorarsi di ragazzi che la trovavano molto simpatica, che le dicevano “Quanto sto bene con te, mi fai scassare dal ridere!” ma che poi le chiedevano il numero di telefono dell'amica. Lei, inguaribile romantica, sognava il principe azzurro, sperava di essere la burrosa Brenda spaesata dal trasferimento dal Minnesota, ma che poi si beccava il più figo della scuola e non sopportava le Kelly super perfette, in agguato per rubarle il suo Dylan.
Era a Lisbona, una serata trascorsa con gli amici ai Docas sulle rive del fiume Tejo, una birra, una partita a biliardo.
Dietro al bancone c'era lui: bello, alto, con i capelli neri tagliati corti, gli occhi verdi, profondi e vivaci, sembrava Tom Cruise in Cocktail – che, vorrei dire, tantissima roba - e la guardava insistentemente con un sorriso stampato sulle labbra. “Olà, você é linda”. Ciao, sei bellissima. Le regalò una rosa rossa e lei si innamorò.

Questa è una storia vera, la lei descritta sono io, ero proprio in Portogallo in gita scolastica e quell'incontro romantico è realmente accaduto. Ma ci sono particolari tralasciati: lui si chiamava Nunu, troppo simile come assonanza allo “gnugnu” piemontese, e dopo quella rosa non mi cagò più di striscio. Maronn' quante pagine di diario scritte! Quella rosa – ormai rinsecchita – è stata sulla mia scrivania, dentro ad una bottiglia di Smirnoff, per tantissimo tempo; avevo anche composto una canzone – eh, quand'ero giovane ero sempre con la chitarra in mano - dedicata a questo amore straniero, sempre in attesa del principe azzurro che, non potevo sapere, sarebbe arrivato un paio di anni dopo, senza neanche dover baciare una rana, e che oggi risponde al nome de Il Maritino, l'amore vero.
L'unica rana che vale la pena di tenere in mano è la pescatrice: infarinatela leggermente, fatela cuocere a fuoco lento con spicchi di limone e saporiti pomodori secchi che sanno di sole. La rana pescatrice è un pesce dalla carne molto soda, il filetto è senza spine per cui perfetto anche per i bimbi: provatela per un secondo veramente al bacio.
E la morale – perché c'è una morale – è che non importa che tu sia un portoghese o un uzbeko, l'importante è che se non mi caghi, me lo dici prima.

A casa mia...bom dia!

Rana pescatrice con limone e pomodori secchi

venerdì 20 febbraio 2015

Il mondo è fatto di 50 sfumature di grigio

Credo che il social network – che sia Facebook o Twitter - sia una delle invenzioni degli ultimi dieci anni che ha cambiato le nostre vite, un bellissimo strumento di comunicazione, per i rapporti sociali e per il lavoro – io ne sono una felice addicted – ma c'è un aspetto del social che trovo estremamente fastidioso: ha il potere di amplificare le discussioni delle persone in modo esponenziale. Dietro ad una tastiera ci si sente evidentemente protetti e legittimati a scrivere qualsiasi cosa ci passi per la testa, usando spesso e volentieri una violenza verbale inaudita. E quella, secondo me, è sempre, in ogni caso e contesto, da condannare.
E poi c'è la polemica e la presa di posizione: ummisignùr, un popolo di tuttologi, una generazione di Pico de Paperis. Tutti sanno tutto di tutto e di tutti. Certo che è giusto avere i propri pensieri nella vita e quando c'è uno scambio di idee fatto in maniera civile, trovo sia sempre arricchente, ma spesso ho l'impressione che ci sia una totale mancanza di equilibrio, di informazione ed uno stupido snobismo. Ma il mondo non è bianco o nero, ci sono anche i grigi – per la precisione 50 sfumature, ça va sans dire – e bisogna saperli vedere e apprezzare. Esempi presi qua e là: se pensi che l'unico autore degno di nota nel panorama letterario sia Fabio Volo è un problema, ma se i suoi libri fanno parte della tua vasta libreria, perché no? Perché offendere un autore o una persona che lo legge? Equilibrio. Sei vegetariano o vegano? Io rispetto la tua scelta, ma tu rispetta la mia di essere onnivora perché tutti gli alimenti sono importanti per la nostra salute: se mangio solo carne e formaggi forse qualche problemino ai trigliceridi ce l'avrò, ma se mi nutro solo di verdure e mi invento hamburger di soia e code alla vaccinara vegane – giuro - forse qualche problemino ce l'ho lo stesso. Equilibrio. Le sopracitate 50 sfumature di grigio - anche se preferisco 50 sfumature di gricia - : è stato uno dei casi letterari degli ultimi anni vendendo millemila copie, eppure sembra che nessuno lo abbia letto, come quando nessuno votava un certo politico basso, con i capelli catramati, collezionista di figure demmerda internazionali (ovviamente mi sono limitata) e lui vinceva sempre. Equilibrio. Ora c'è la crociata contro l'olio di palma e sono tutti nutrizionisti e talebani della novelle cousine; perché, se me magno un panetto di burro fatto con il latte della Lola del margaro fa bene? Tutti i grassi fanno male se c'è un abuso e credo che tutti sappiano che nutrirsi di sole merendine, biscotti inzupposi e creme alla nocciola – che contengono il famigerato olio di palma, come quasi tutti i prodotti da forno industrializzati – non sia salutare, ma se ogni tanto mi sparo un Saccottino o un sandiwich di Rigoli farcito di Nutella, l'unica cosa che ne risentirà sarà il mio conto corrente dopo la visita dalla dietologa. Equilibrio. Amo, stimo, studio la cucina degli chef stellati, ma ora sono tutti Cracco: eccheppalle! Magnati due tortellini con panna, piselli e prosciutto e vedrai se non sono buoni! E se una volta non hai voglia di spignattare e ti rifugi in San Picard, non morirà nessuno. Equilibrio, sempre. In cucina, nei rapporti, nell'informazione, nella vita.
I ravioli che vi propongo oggi sono un gioco di equilibri tra il morbido delle patate del ripieno e il croccante della trevigiana, tra la delicatezza della pasta sottile e la sapidità del ragù di salsiccia, buoni come solo le cose semplici sanno essere, perfetti per il pranzo della domenica, un primo ricco e gustoso, 50 sfumature di sapore.

A casa mia...vivi e lascia vivere.

martedì 17 febbraio 2015

Grazie Monsù Ferrero, il paradiso ti sia dolce

In questi giorni Alba è una città più triste: a San Valentino, giorno più dolce dell'anno, è morto Michele Ferrero, il papà della Nutella®. Sui giornali sono stati scritti articoli molto belli sul suo lavoro, sulla sua genialità imprenditoriale (non è geniale aver inventato un ovetto di pasqua che si mangia tutto l'anno?), sulla sua umanità, ma è veramente difficile rendere a parole il legame che esiste tra Michele Ferrero e Alba. Di stima, perché ha saputo rendere la Ferrero uno dei marchi più famosi e riconoscibili al mondo, ma senza tradire la sua idea di azienda che è fatta prima di tutto di persone; di riconoscenza, perché ha reso Alba e il territorio delle Langhe un luogo ricco e florido, rispettando il lavoro nei campi e nelle vigne (basti pensare che nelle famiglie albesi almeno un componente è dipendente Ferrero, e che ancora oggi esiste il lavoro stagionale per gli abitanti delle colline circostanti); di vero affetto, perché lui non era un boss che impartiva ordini godendosi il lusso, non era il classico capo più leggenda che realtà, Michele Ferrero era un leader vero, lavorava con le persone e per le persone, le spronava, si interessava realmente a loro, ci viveva insieme senza mai far pesare il proprio ruolo, dispensando sorrisi e gentilezza, trasmettendo con semplicità la bellezza del senso di appartenenza. I dipendenti Ferrero si sentono veramente parte di una grande famiglia e ne è la dimostrazione la lunga e silenziosa fila di persone che da stamattina presto sono in attesa di rendere omaggio a Monsù Michele nella camera ardente allestita in azienda, che non è quel gesto a volte fine a sé stesso che spesso accade quando muore una persona famosa, ma l'autentico desiderio di esserci, così come succede quando viene a mancare un nonno, un papà, uno zio.
Domani ad Alba ci sarà lutto cittadino,i negozi avranno le serrande abbassate, le scuole saranno chiuse, tutti si fermeranno per rendere omaggio ad un grande uomo che ha reso più dolce la vita di tutti noi ed io sono orgogliosa di essere piemontese e di poter far parte di questa splendida comunità.
Sui prodotti industrializzati piovono sempre anche molte critiche, ma oggi non è giorno di polemica: la Nutella® è, volente o nolente, il prodotto italiano più famoso al mondo, è il simbolo della dolcezza, del peccato di gola, compagna di merende e fedele amica nei momenti di tristezza. La ricetta di oggi è una mousse di Nutella® facile, golosa – molto golosa – che non richiede cottura, si fa in cinque minuti e sparisce in pochi secondi. Io l'ho servita con una granella di pistacchi, ma potete utilizzare anche delle nocciole e abbinarla a biscottini come lingue di gatto, da immergere voluttuosamente.
Grazie Monsù Ferrero, il paradiso ti sia dolce.

A casa mia...che mondo sarebbe senza Nutella®?

Mousse di Nutella® con pistacchi

venerdì 13 febbraio 2015

Io non scrivo di San Valentino

Ho passato tutta la mattina a scrivere, poi cancellare, poi riscrivere e poi ricancellare. Perchè tutti si aspettano un post su San Valentino, ma è difficile riuscire a mettere giù un'idea o un pensiero che non sia banale o che non sia già stato detto nei millemila articoli che escono in questo periodo e che inspiegabilmente hanno il numero 10 nel titolo: “I 10 regali perfetti per lei”, “10 regali per rendere felice il tuo lui”, “10 mete romantiche”, “10 modi per fargli capire che abbassare la tavoletta del cesso non provoca psioriasi” o “10 trucchi per farle vedere la Coppa Italia con lo stesso entusiasmo di 50 sfumature di grigio”. Lo so gli ultimi due sono i più interessanti...
Vorrei evitarvi l'ordinaria e scontata considerazione per cui San Valentino è una festa consumistica e la festa degli innamorati dovrebbe essere tutti i giorni, che con un diamante vai sempre sul sicuro e che bisognerebbe indossare intimo “da combattimento”.
Vorrei non scrivere che San Valentino è anche “Caccia al primino”, che è un'occasione per potersi ritagliare del tempo, che bisogna cogliere al volo tutte le opportunità per prendersi cura della propria vita di coppia.
Allora non lo scriverò.
Domani trascorrete una bella giornata, svegliatevi con il sorriso, coccolatevi, fate quello che vi rende felici, datevi tanti baci, cucinate insieme, fate l'amore, ridete e tenetevi per mano. No, non perché è San Valentino, ma perché sono le cose per cui vale la pena di vivere.
L'unica cosa su cui posso realmente darvi un consiglio è la cucina: un'idea di una facilità estrema e velocissima che mi ha insegnato quel mattacchione dello chef Diego Bongiovanni. Le sfere di parmigiano sono un aperitivo che esce dal solito, un guscio fragrante che racchiude un cuore morbido e formaggioso, da gustare caldo – come tutti i frittini – con delle bollicine. Io ho aggiunto dei semi di papavero, ma potete anche variare con sesamo, semi di lino o ciò che più vi piace. Perchè in cucina, come nell'amore, bisogna trovare l'ingrediente perfetto.

A casa mia...auguri piccioncini!


martedì 10 febbraio 2015

Quel polpettone di Sanremo

Per motivi tecnici io sono già sul divano con cuscini e copertina d'ordinanza in attesa di stasera, della prima puntata del Super Bowl tutto italiano: comincia Sanremo! E voi come vi preparate per l'evento più nazional popolare dell'anno? Su, non fate gli snob e gli altezzosi facendo finta che non vi interessi, tutti alla fine guardano il Festival, anche solo per scrivere tweet al vetriolo, per criticare canzoni, presentatore, siparietti trash – quello di Toto Cutugno con l'esercito russo è rimasto negli annali - vestiti, farfalline, scenografia e i super ospiti che di super hanno solo il cachet. Ho letto che questa prima serata sarà aperta da Albano e Romina: sì, proprio loro, quelli di Nostalgia canaglia e Felicità, e non voglio immaginare quanto li abbiano pagati per tornare insieme sul palco dopo anni di lotte legali. La cosa positiva è che ci sentiremo tutti più giovani, catapultati in un attimo negli anni '80. Vedete come comincia subito la polemica? Perché Sanremo è Sanremo! Ma quest'anno ci sono dei bei cantanti in gara e sono ben speranzosa sulla musica, sopratutto perché nella direzione artistica c'è anche Sergio Conforti, alias il mio bel Rocco Tanica.
Per me e il Maritino, Sanremo è un appuntamento da non perdere: ci sono stati anni in cui avevamo preparato fogli di excel altamente professionali per dare i voti ai cantanti ed entrare così di diritto nella giuria di qualità.
Quindi, per non perdersi proprio nulla, si cena in salotto e ci vuole un piatto unico, che abbia carboidrati, proteine e vitamine. E se qualcuno pensa che Sanremo sia un polpettone, questa è la ricetta perfetta. Avete presente il Bon Roll che si compra al supermercato? Mi ricordo che anni fa avevo visto sul retro della confezione una ricetta per esaltare il polpettone industriale: io ve lo propongo in versione tutta homemade! Bon Roll agli spinaci in crosta alla senape: io ho usato carne di manzo, ma potete usare anche quella di tacchino o di pollo, mortazza, buon parmigiano e spinacini freschi per un polpettone già buono così, poi se ci aggiungi una copertina di pasta sfoglia e della senape, il risultato è da standing ovation.

A casa mia...io comunque rivoglio Pippo Baudo!

Bon Roll homemade con spinaci in crosta alla senape

lunedì 9 febbraio 2015

Curarsi con il cioccolato

Foto da donnamoderna.it
Sono convalescente, non per la classica influenza invernale, ma per un'operazione ad un piede che mi terrà bloccata a casa per un bel po', ma soprattutto mi farà stare lontana dai fornelli. Il mio spirito caciarone ha fatto sì che i medici bardati in sala operatoria si facessero due ghigne e il mio ottimismo mi fa sempre vedere il bicchiere mezzo pieno (bicchiere di vino, ça va sans dire), per cui attendo solo l'arrivo del caldo per acquistare un paio di sandali gioiello con tacco 12 per sfoggiare il mio nuovissimo piedino da fata.
Cose che ho imparato o che sto imparando da questa (dolorosa) esperienza:
  • Ci sono persone che non hanno avuto una madre come la mia che ha sempre stressato sull'essere “ordinati” in ospedale e hanno veramente dei pigiami demmerda.
  • Nelle sale operatorie c'è una temperatura tale da pensare di essere in Siberia e penso che ci fossero anche un paio di pinguini.
  • Il classico luogo comune che in ospedale si mangia male è assolutamente vero e, per una come me, il rischio depressione è dietro un cucchiaio di semolino insipido.
  • Con l'anestesia spinale faccio spaccate che Heather Parisi me spiccia casa.
  • Il Maritino è un infermiere eccellente ed anche un ottimo cuoco: me ne ricorderò quando starò bene.
  • L'indipendenza è importante, essere serviti e riveriti è bello, ma non ci vivrei.
  • Gli oppiacei sono tantissima roba. (É legale, eh!)

Oltre agli antidolorifici, il cioccolato ha grandi proprietà curative: stimola le endorfine, produce piacere e fa tornare il sorriso.
Sapete che io non sono una golosa di dolci e in particolare di cioccolato, ma se sei sul divano, con la copertina delle Winx e il telecomando come prolungamento del braccio, cosa fare se non abbandonarsi al gusto voluttuoso di un biscotto al cioccolato?
E gli americani, su queste cose maialose, la sanno lunga: oggi la ricetta degli originali American cookies, quelli grossi, pieni di pepite di cioccolato, quelli che fanno crunch perché pieni di noci tritate.
Sono perfetti per essere inzuppati nel latte o anche per essere serviti per un più inglese tè delle cinque, i bambini ne andranno pazzi e anche i convalescenti sul divano.
Se qualcuno li fa in questi giorni, è pregato di portarne un secchio alla sottoscritta.

A casa mia...prima o poi passerà.

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